Un viaggio tra le moto simbolo di Aprilia, le scelte imprenditoriali che hanno cambiato il destino del marchio e i numeri che oggi ne confermano la rinascita
Entrare nello spazio espositivo di Aprilia Racing equivale a percorrere decenni di corse e innovazione: tra le teche si riconoscono esemplari capaci di parlare al cuore degli appassionati e di raccontare la storia tecnica del marchio.
In questo itinerario le due ruote non sono soltanto oggetti, ma testimonianze tangibili di tappe fondamentali, dalla prima vittoria nel Motomondiale alle livree che sono rimaste nell’immaginario collettivo.
La collezione mette in fila vittorie, piloti e modelli che hanno segnato l’evoluzione sportiva e commerciale dell’azienda. Ogni moto esposta è accompagnata dalla memoria del pilota e del contesto agonistico: dalla 250 che vinse a San Marino con Loris Reggiani al Gran Premio del 1987 fino alla 250 di Valentino Rossi in livrea Peace & Love al Mugello nel 1999. Queste moto narrano come si costruisce una leggenda in pista e fuori.
Tra i modelli che attirano maggiormente l’attenzione ci sono le 250 e le 125 che hanno portato Aprilia ai massimi risultati nel Motomondiale: esemplari guidati da campioni italiani come Alessandro Gramigni, Max Biaggi, Loris Capirossi e Marco Melandri, e da campioni internazionali come Tetsuya Harada e Jorge Lorenzo. Ogni moto espone numeri, decalcomanie e soluzioni tecniche che raccontano l’evoluzione delle competizioni e delle scelte ingegneristiche del marchio.
Non mancano le moto-simbolo: la 250 del 1987 con il numero 32, la 250 di Rossi con il numero 46 e la speciale livrea Peace & Love sono solo alcuni esempi di come una motocicleta possa incarnare un’epoca. Accanto alle stradali da competizione compaiono anche enduro come la Tuareg, che ha preso parte ad avventure estreme come la Parigi-Dakar, dimostrando la versatilità tecnica del marchio oltre l’asfalto delle piste.
La parabola di Aprilia parte da una piccola officina: Alberto Beggio battezzò l’attività con il nome ispirato alla Lancia Aprilia, segno di una passione per l’automobile che si sarebbe trasferita sulle due ruote. Negli anni ’60 la famiglia entra nella lavorazione dei motori grazie a Ivano Beggio, che iniziò a cimentarsi con i primi cinquanta centimetri cubi ancora adolescente. Quel laboratorio di provincia si trasforma progressivamente in un’azienda riconosciuta per stile e innovazione, capace di imporsi sul mercato dei motorini, degli scooter e delle moto da strada.
Tra i prodotti che hanno ridefinito il panorama urbano emerge lo Scarabeo, simbolo degli anni ’90, e progetti dal design audace come la Motò di Philippe Starck, che hanno reso Aprilia sinonimo di sperimentazione formale. Nel 2004, in un momento delicato, l’azienda viene acquisita dal Gruppo Piaggio sotto la guida di Roberto Colaninno: è l’avvio di una fase in cui la reputazione creativa di Beggio si combina con una maggiore solidità industriale e investimento tecnologico.
Il ritorno nella classe regina del Motomondiale avviene nel 2015, quando il reparto corse torna a competere in MotoGP dopo un’assenza di oltre dieci anni: una rinascita che ha richiesto investimenti significativi e che oggi paga anche in termini di immagine e trasferimento tecnologico. Il sostegno della capogruppo si traduce in risorse destinate allo sport e alla ricerca e sviluppo, con uno stanziamento che supera i 30 milioni all’anno secondo i dati di bilancio 2026, a testimonianza dell’importanza strategica delle competizioni per il brand.
La strategia commerciale ha prodotto risultati tangibili: nel 2026 Aprilia si è affermata come primo marchio europeo per vendite di moto sportive carenate, con una segment share del 13%. La RS 660 è risultata tra le sportive più vendute in Europa e la più venduta in Italia, mentre negli Stati Uniti il marchio è quinto per vendite di sportive e primo tra i costruttori europei, con una crescita del +30% rispetto al 2026.
Questi numeri dimostrano come una realtà nata artigianalmente possa competere ad armi pari con i grandi produttori globali.