Tatsuki Suzuki ripercorre dieci anni nel Motomondiale, le rinunce della vita da pilota e il passaggio a una nuova vita professionale a Riccione
In un dialogo schietto con Mig Babol, condotto da Andrea Migno, Tatsuki Suzuki apre il suo archivio personale e professionale senza filtri.
Partito dal Giappone a soli quindici anni per inseguire il sogno europeo, Tatsu ha costruito una carriera costellata di vittorie e podi nel Motomondiale, vivendo la routine di gare, trasferimenti e allenamenti come una forma di vita totale. Oggi residente a Riccione, il pilota spesso chiamato “giapporiccionese” racconta come quell’esperienza lo abbia formato, tra adrenalina e stanchezza cronica.
Nel corso della conversazione emergono temi ricorrenti: la pressione costante, le rinunce personali e le difficoltà psicologiche che accompagnano un percorso agonistico.
Suzuki descrive la quotidianità come una vita da pilota H24, un impegno che non si ferma mai davvero. A questa dimensione si aggiunge il legame profondo con il paddock, una sorta di dipendenza dal paddock che persiste anche dopo aver appeso il casco al chiodo. Le sue parole disegnano un ritratto sincero del dietro le quinte, lontano dall’idea romantica che molti si fanno di quel mondo.
La scelta di lasciare il Giappone a 15 anni per trasferirsi in Europa non è stata solo professionale, ma anche esistenziale: Tatsuki Suzuki ha dovuto imparare lingue, culture e metodi di lavoro diversi in fretta. La vita nei box e in circuito lo ha avvicinato alla comunità internazionale delle corse, ma ha anche reso evidente il prezzo personale di quella dedizione. Racconta con tono a volte ironico il soprannome di “giapporiccionese”: un’etichetta che mescola orgoglio e senso di appartenenza, simbolo di come un atleta possa reinventare la propria identità lontano da casa.
Tra gli aneddoti che Tatsu condivide, ce n’è uno particolarmente vivido: l’esperienza giovanile al ranch statunitense di Kenny Roberts, dove la disciplina e l’intensità degli allenamenti lo hanno segnato. Tra episodi che sembrano usciti da un film, emerge anche una storia disturbante: una sorta di intimidazione con una pistola, utilizzata come stimolo per spingere a correre più forte. Suzuki racconta quell’episodio con la distanza di chi riconosce la durezza di certi ambienti, senza mai banalizzare il fatto ma sottolineando come certe dinamiche formano l’atleta.
Se la parte visibile della carriera è fatta di risultati, la componente nascosta riguarda la salute mentale e il peso della competizione. Suzuki parla di notti insonni, dubbi e della sensazione di essere sempre sotto esame: un mix che alla lunga logora. La scelta di lasciare le corse è arrivata dopo un processo di valutazione personale in cui il bisogno di equilibrio ha prevalso sulla pura ambizione.
Paradossalmente, spiega Tatsu, oggi si sente più sereno rispetto agli ultimi anni in gara: ha ritrovato tempo per sé e la capacità di guardare la propria esperienza con maggior lucidità.
Le difficoltà raccontate non sono solo fisiche: si tratta di difficoltà mentali, di una pressione che non sempre è comprensibile dall’esterno. Suzuki evidenzia come un pilota debba possedere non solo abilità tecniche, ma anche una struttura psicologica capace di reggere lo stress prolungato.
Il ritiro, quindi, non è una resa ma un riconoscimento dei propri limiti e delle proprie priorità: smettere, in certi casi, diventa un atto di cura verso se stessi.
Il passaggio professionale di Tatsu è emblematico: oggi lavora come sospensionista, un ruolo che gli permette di restare vicino alle corse con una prospettiva diversa. Questo lavoro gli consente di valutare i piloti con occhio tecnico e umano: conoscere le reazioni della moto e il comportamento delle sospensioni lo ha aiutato a comprendere meglio le esigenze della guida e la tenuta mentale necessaria.
Il ruolo lo mette in condizione di trasferire esperienza e competenza ai giovani, pur mantenendo una distanza salutare dalla frenesia del paddock.
La puntata di Mig Babol offre quindi un racconto poliedrico: storia personale, confessioni su aspetti oscuri del mondo delle corse, aneddoti forti e la narrazione di una rinascita professionale. Per contenuti extra e materiali esclusivi segui il canale social @migbabol. Il team di questa puntata: Andrea Migno – host; Filippo Carloni – co-host; Samuele Andruccioli – produzione e social media; Nina Dubois – produzione, regia e social media.