una city car prodotta in Cina e venduta a prezzi stracciati solleva interrogativi su competitività, export e politiche europee; l’Acea indica tre priorità per evitare la deindustrializzazione
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La comparsa sul mercato di una city car cinese venduta a prezzi sensibilmente inferiori alle concorrenti europee ha riacceso il confronto sul futuro della produzione automobilistica nel Vecchio Continente.
Da un lato c’è la pressione commerciale derivante dall’offerta cinese, che cerca sbocchi oltre i confini nazionali; dall’altro emergono le richieste di industria e associazioni, in particolare dell’Acea, per misure che salvaguardino la competitività e l’occupazione locale. Questo articolo mette in relazione la nuova proposta commerciale proveniente dalla Cina con le istanze politiche avanzate dai costruttori europei.
Un costruttore cinese ha recentemente presentato un modello urbano che molti osservatori definiscono la nuova «smart economica»: dimensioni contenute, dotazioni essenziali e soprattutto un prezzo che mette in imbarazzo marchi come Fiat e Dacia.
La strategia commerciale alla base è doppia: sfruttare la capacità produttiva e una politica di prezzo aggressiva per conquistare quote in mercati esteri, soprattutto Europa e Stati Uniti, e reagire a una recente contrazione della domanda di EV in Cina che ha favorito il crollo dei prezzi interni e spinto all’export. Il risultato è una pressione sui listini e sulla percezione del valore delle utilitarie prodotte in Europa.
Per le aziende europee la sfida non è solo sul prezzo: entra in gioco la necessità di mantenere standard di sicurezza, qualità e normative ambientali che spesso incrementano i costi. L’arrivo di soluzioni molto economiche obbliga a ripensare strategie commerciali, filiere e politiche di prodotto, puntando su innovazione, valore percepito e differenziazione. Allo stesso tempo, la competizione può favorire una razionalizzazione dei costi e accelerare collaborazioni transnazionali nella supply chain.
L’Acea, rappresentata dal suo presidente Ola Källenius, ha inviato una lettera ai leader europei invocando misure concrete per sostenere il settore automobilistico. La missiva — inviata alla vigilia del vertice informale dei capi di Stato e di governo del 12 febbraio — individua tre priorità: autonomia strategica, un percorso di decarbonizzazione pragmatico e strumenti efficaci per invertire il calo della produzione in Europa. Queste richieste nascono dall’esigenza di preservare una base industriale capace di competere in un contesto globale in rapida evoluzione.
Källenius sottolinea che aumentare la resilienza non significa chiudersi al commercio: serve costruire partnership pragmatiche e mantenere mercati aperti. L’Acea chiede l’accelerazione di accordi commerciali già avviati con Paesi come India e Mercosur e l’avvio di nuovi negoziati con Australia e Asean per rafforzare la rete di forniture e ridurre dipendenze critiche, senza ricorrere a misure di isolamento che danneggerebbero la specializzazione delle catene del valore.
La lettera ribadisce che la transizione verso la mobilità a basse emissioni deve essere gestita con realismo tecnologico e tempistiche differenziate per auto, veicoli commerciali e mezzi pesanti. Serve una normativa che sia ambiziosa ma anche tecnologicamente neutrale, capace di adattarsi a shock esterni e al ritmo di implementazione delle infrastrutture. Tra le proposte concrete ci sono incentivi omogenei agli acquisti, tariffe elettriche industriali più competitive e una spinta alla diffusione delle colonnine di ricarica per supportare la domanda di veicoli a zero emissioni.
Un’altra raccomandazione chiave riguarda il rinnovo del parco circolante europeo, mediamente vecchio: incentivare il rottamamento dei veicoli più inquinanti può stimolare domanda, aumentare l’utilizzo degli impianti produttivi e contribuire alla riduzione delle emissioni complessive. Anche la promozione di carburanti decarbonizzati come e-fuel e biofuel viene vista come uno strumento complementare alla decarbonizzazione del settore.
Mentre le city car cinesi puntano a guadagnare territorio, in Europa cresce la consapevolezza che servano scelte coordinate per tutelare occupazione, tecnologia e capacità produttiva.