Dalla tensione sul palco di Sanremo alla pista di Misano, Santamaria racconta Idoli, la paternità e le sfide di recitare in un ambiente agonistico
Quando è tornato al set romano dopo l’esibizione insieme a Malika Ayane a Sanremo, Claudio Santamaria ha trovato nel camper del trucco la canzone a tutto volume: un promemoria ironico che lo invitava a «andare in gara».
Quell’immagine sintetizza bene la doppia dimensione che attraversa il suo periodo recente: il confronto con la musica dal vivo e l’immersione in un mondo agonistico come quello della MotoGP. Il risultato è Idoli, il film di Mat Whitecross con Oscar Casas e Ana Mena, distribuito da Warner e nelle sale il 19 marzo.
La partecipazione al Festival ha riacceso in Santamaria la consapevolezza del rischio scenico: un piccolo problema tecnico in cuffia lo ha costretto a seguire l’istinto, ma la preparazione ha fatto la differenza.
Sul fronte cinematografico, il set della MotoGP gli ha offerto materiali emotivi e tecnici che hanno riformulato il suo approccio attoriale: dal paddock ai box, dall’adrenalina in pista all’attenzione psicologica verso i piloti, ogni elemento ha contribuito a costruire un racconto centrato su sentimenti profondi e relazioni difficili.
Salire sul palco dell’Ariston porta con sé una pressione diversa rispetto a un set: è show dal vivo, giudicato in tempo reale.
Santamaria racconta la tensione dovuta a un problema di sincronizzazione dell’orchestra e del rientro in cuffia, una situazione in cui la preparazione ha incontrato il caso e l’istinto. Per lui la lezione è chiara: la prova conta, ma quando qualcosa va storto l’istinto performativo diventa l’ancora. Il commento degli spettatori sui social — che lo hanno elogiato come cantante — apre inoltre il tema della mobilità artistica, ovvero quel passaggio di campo che in Italia è spesso visto con diffidenza mentre all’estero è prassi comune.
La gestione di un’esibizione televisiva mette insieme elementi tecnici e dimensione emotiva: il mix tra rientri audio, sincronizzazione e comunicazione con i colleghi è cruciale. Santamaria sottolinea come la prova ripetuta e la fiducia reciproca con l’altra interprete abbiano salvato l’esibizione, trasformando il piccolo panico in una performance credibile. Questo episodio funge da specchio per il suo lavoro sul set di Idoli: anche lì la preparazione tecnica (prove di guida, ritmo delle inquadrature, collaborazione con team di gara) si unisce a un lavoro profondo sull’interiorità dei personaggi.
Il film non è un semplice racconto sportivo: è una storia sul rapporto padre-figlio, sulla fatica necessaria per arrivare in alto e sul prezzo del successo. Santamaria interpreta un ex campione segnato da un passato tragico, oscillante tra durezza di facciata e una ferita profonda che lo ha portato all’alcolismo e alla fuga. La presenza reale della MotoGP sul set, favorita dalla collaborazione con Dorna Sports, ha permesso di girare nei box e durante le gare, dando autenticità alle sequenze e imponendo al cast di confrontarsi con la concretezza di un mondo estremo.
Al centro del film c’è la paternità: un legame che nasce come rapporto allenatore-allievo e che poi rivela l’elefante nella stanza rappresentato da un evento tragico. Santamaria ha lavorato sull’ironia del personaggio come meccanismo di difesa tipico di chi convive quotidianamente con il rischio; un’ironia che esorcizza la paura. È proprio questa complessità — la difficoltà a perdonarsi e la necessità di riannodare un rapporto spezzato — che ha attratto l’attore, e che rende la pellicola meno una cronaca sportiva e più un’indagine sulle conseguenze umane delle scelte estreme.
La carriera di Santamaria comprende esperienze internazionali e ruoli che lo hanno messo alla prova: dal set di James Bond alle collaborazioni con registi come Gabriele Muccino e Gabriele Mainetti, fino a produzioni in Brasile e a lavori che hanno richiesto l’uso dell’inglese senza inflessione. Ogni esperienza ha lasciato un segno, insegnando il valore delle prove e della protezione sul set in produzioni di grande scala.
Anche riferimenti a film come Le Mans ’66 sono serviti da modello per capire l’energia narrativa che un racconto di corse può veicolare.
Infine, la vita privata e la paternità influenzano la scelta dei ruoli: tornare a casa dopo il lavoro e mettere la famiglia al centro ridefinisce priorità e responsabilità. Santamaria parla di una «severità gentile» come stile educativo ideale, e di come la genitorialità renda più chiaro il senso del proprio mestiere e della necessità di raccontare storie che parlino al pubblico.
Il suo percorso è quindi un intreccio tra rischio scenico, ricerca emotiva e responsabilità personale, che converge in un film che promette adrenalina ma soprattutto introspezione.