Un veterano del motocross riflette su memoria, tecnologia e identità: ciò che è cambiato è spesso solo la superficie
Non amo le celebrazioni nostalgiche e, contro ogni aspettativa, non sento la mancanza dei vecchi tempi come molti pensano.
Ho evitato per anni raduni, interviste e gare d’epoca; non partecipo a rievocazioni e non cerco applausi per un passato che preferisco ricordare senza incappare in rituali. Il mio approccio è pratico: continuo a guidare, testare e competere e, quando scendo dalla moto, la mia mente tende a cancellare la manche appena conclusa. Chiamo questo fenomeno amnesia da gara, una condizione che mi protegge dal rimuginare e mi impedisce di trasformare le esperienze in pubbliche commemorazioni.
Spesso le persone si avvicinano chiedendo “Ti ricordi di me?” e la mia risposta è quasi sempre negativa: non per maleducazione, ma perché la mia memoria è progettata per vivere il presente. Il ricordo di gare come quella a Strawberry Hill 1972 sfuma in dettagli sensoriali, ma non conserva l’elenco di nomi. Questa attitudine non è un rifiuto della storia personale, piuttosto un modo per conservare l’efficacia in gara: quando vivi al massimo, la mente si azzera dopo lo sforzo.
Per me, il valore del passato sta nelle lezioni pratiche che offre al presente, non nelle storie da ripetere a distanza di decenni.
Il filo che unisce tutte le epoche del motocross è la stessa sensazione di guida: quando sei al comando cerchi il limite e, al termine della gara, riconosci il merito dell’avversario con un gesto. Il saluto con la mano sinistra che facevo nel 1971 è identico a quello che faccio oggi e rappresenta una forma di rispetto che travalica generazioni.
Questa persistenza dimostra che, pur evolvendosi tecnologicamente, il comportamento del pilota e l’etica della competizione sono rimasti invariati, e sono elementi centrali per capire il vero significato del motocross.
Molti sostengono che le moto moderne siano incomparabilmente superiori rispetto a quelle degli anni ’70. È una lettura parziale. Le attuali KX450F, CRF450 o KTM 350SXF offrono certamente progressi in termini di elettronica, materiali e ergonomia, ma la struttura basilare resta la stessa: due ruote, il motore più performante disponibile nella categoria, le migliori sospensioni ottenibili.
Si può mettere a confronto una YZ250F 2026 con una CZ 250 1971 e trovare differenze di dettaglio, ma nel loro rispettivo contesto entrambe rappresentano il massimo dell’innovazione disponibile allora e ora. Ridurre tutto a un semplice confronto numerico è fuorviante.
Quando visito un museo e osservo una moto come la mia Hodaka Super Combat 1974, riconosco che non intendo rimettermi in sella: quella moto ha completato il suo percorso e io ho proseguito.
Ma la sua importanza non è estetica: è tecnica. Cerchi, mozzi, forcelle, serbatoi e telaio erano progettati per risolvere problemi concreti dell’epoca e, se guardati con attenzione, mostrano soluzioni ingegnose. Guardare quelle componenti originali è come leggere un progetto storico che spiega le necessità e i limiti del periodo; tutto è stato costruito su misura per il pilota e per le gare di allora.
Per chi ha vissuto il motocross a partire dal 1968, le eredità tecniche e di comportamento si sovrappongono.
I marchi come Sachs, DKW, CZ, Hodaka, Maico e Montesa non sono solo etichette: rappresentano fasi di sviluppo e approcci meccanici che hanno formato generazioni di piloti. Il confronto tra epoche perde senso se non si considera il contesto storico e l’uso pratico di quelle moto. Se vogliamo davvero capire le differenze, dobbiamo guardare alle condizioni, alle piste e alla mentalità dell’epoca, non solo ai numeri su una scheda tecnica.
In definitiva, rivivere il passato è possibile osservando pezzi, musei e storie, ma non per tentare una resa dei conti tecnologica. Ciò che continua a muovere il motocross è una combinazione di abilità, rispetto e necessità pratiche che rimangono costanti. Le moto cambiano nell’ordine dei dettagli, non nella sostanza: se una moto del 1971 era la migliore allora, nel suo contesto lo era altrettanto quanto una moto moderna lo è oggi.