Iscrizione del Garigliano: la coppa che difendeva il santuario di Marica

Scopri come una piccola coppa con un'iscrizione antica racconta la relazione tra paesaggio palustre, pratiche rituali e controllo degli scambi alla foce del Garigliano

Reperto alla foce del Garigliano

Alla foce del Garigliano gli archeologi hanno riportato alla luce un piccolo oggetto che racconta molto più di quanto la sua dimensione suggerisca. Si tratta di una coppa d’impasto scuro recuperata nell’area del santuario dedicato alla dea Marica: sull’interno compare un’incisione che, tradotta, recita una sorta di ammonimento — «non ti impadronire di me». L’oggetto proviene da una stipe votiva stratificata, in un paesaggio dove paludi e corridoi di transito si intrecciano, e questo contesto rimescola la semplice lettura di un’iscrizione in qualcosa di profondamente sociale e pratico.

Acque, liminalità e identità del luogo

Il ruolo dell’ambiente è decisivo per capire il senso del ritrovamento. Il santuario si trova sulla riva destra del fiume, vicino al Tirreno, in un tratto caratterizzato da basse quote e sedimenti alluvionali: condizioni che favoriscono zone di acque stagnanti e margini paludosi. Qui il paesaggio non è mero sfondo: contribuisce a definire l’identità del luogo sacro e le pratiche svolte al suo interno. Rita Cioffi ha evidenziato come la presenza di una divinità legata alle acque stagnanti, insieme a un lucus sacro, crei una sorta di «zona di confine» — uno spazio separato che richiede regole e comportamenti specifici. L’iscrizione sulla coppa va letta proprio in questa chiave: non come una semplice etichetta, ma come un segnale normativo rivolto a chi transita o frequenta il sito.

Il lucus, le regole e l’idea di extraterritorialità

Intorno al santuario si sviluppava un lucus che fungeva da soglia tra il profano e il sacro. Quest’area di margine stabiliva limiti d’accesso e pratiche riconosciute dalla comunità che frequentava il luogo. L’incisione sulla coppa può essere interpretata come una modalità concreta di gestione sociale: una marcatura che definiva lo statuto dell’oggetto e ne regolava l’uso. In termini pratici assomiglia molto a una forma di «extraterritorialità» — un privilegio o una esclusione che il sacro imponeva sui beni materiali collocati nel suo ambito.

Durata d’uso e connessioni con il transito

La stipe votiva mostra stratificazioni che coprono un arco cronologico ampio, dall’età arcaica fino al periodo romano-imperiale. Questa continuità suggerisce che il santuario fu frequentato per secoli, con rituali ripetuti e una memoria collettiva che si è sedimentata nel tempo. La posizione fluviale, vicina alla colonia latina di Minturnae, inserisce il sito in un sistema di scambi e passaggi: il luogo sacro non era isolato ma collocato lungo rotte percorse da persone e merci. In un’area così attraversata, incidere un divieto su un oggetto votivo aveva anche un valore pragmatico: riduceva il rischio di appropriazioni indebite in un contesto dove il transito era costante.

Il Garigliano come soglia politico-territoriale

Il tratto terminale del Garigliano va pensato come una soglia politico-territoriale tra la Campania settentrionale e il Lazio meridionale. Qui il paesaggio funzionava sia da collegamento sia da filtro: un nodo attraversato ma anche controllato. Da questo punto di vista la coppa con la sua iscrizione diventa una testimonianza a doppio registro — sacro e amministrativo — di come le comunità cercassero di governare e proteggere luoghi sensibili lungo vie di comunicazione strategiche.

Infrastrutture, sorveglianza e cura dei percorsi

La valle del Garigliano non è stata soltanto un ambiente naturale: è un tratto chiave nella rete di mobilità antica. La via Appia e i suoi raccordi, gli assi minori che si dipanavano nella valle, erano beni strategici la cui gestione implicava manutenzione, regole e forme di controllo. La «custodia» dell’attraversamento non riguardava solo la cura fisica delle vie, ma anche aspetti giuridici e amministrativi volti a garantire sicurezza e ordine nei passaggi.

La necessità di sorveglianza e regole permanenti emerge chiaramente dalle evidenze materiali: segnali incisi, interventi sul tracciato e pratiche ripetute che consolidavano una tutela collettiva dell’asse viario.

Una coppa che parla di confini e responsabilità

La lettura proposta da studiosi come Marco Mancini — «non ti impadronire di me» — sintetizza una relazione complessa tra persone, oggetti e territorio. La coppa di Marica non è un semplice rifiuto d’uso, ma una traccia testuale che conserva la memoria di pratiche di protezione e attraversamento: regole condivise, responsabilità collettive e modi concreti di trattare lo spazio liminale. Le analisi stratigrafiche e i confronti con contesti analoghi, che gli archeologi stanno ancora conducendo, saranno fondamentali per precisare cronologie, funzioni rituali e i vincoli sociali impliciti in quella breve ma eloquente iscrizione.

Scritto da Viral Vicky
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