Range extender in Europa bocciato: costi, normative e strategia dei produttori

Il 24/03/26 Volkswagen e MG hanno spiegato perché l'idea del range extender non è adatta al mercato europeo, tra vincoli normativi e valutazioni economiche.

Sofia Rossi

Otto anni in laboratorio tra provette e microscopi in centri di ricerca farmaceutica d'eccellenza. Poi ha capito che la vera sfida era un'altra: far arrivare la scienza a chi ne ha bisogno. Durante la pandemia ha tradotto paper scientifici in articoli che tua nonna poteva capire - senza perdere un grammo di accuratezza. Quando leggi un suo pezzo sulla salute, sai che dietro c'è chi ha davvero indossato il camice.

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Il dibattito sul range extender (o REEV) è tornato al centro delle strategie industriali: il 24/03/26 diverse dichiarazioni pubbliche hanno chiarito che, almeno per l’Europa, questa architettura non convince i grandi produttori.

Da una parte ci sono i modelli e i concetti sviluppati per il mercato cinese — come l’ID.Era di Volkswagen e il C10 di Leapmotor — che combinano una batteria di capacità rilevante con un piccolo motore termico esclusivamente usato come generatore; dall’altra lato, i vertici europei di case come Volkswagen e MG illustrano perché quella stessa formula risulti poco pratica per il vecchio continente. Questo articolo ricompone i diversi argomenti tecnici, economici e normativi emersi dalle fonti.

Le argomentazioni di Volkswagen contro il range extender

Secondo i manager Volkswagen, la tecnologia del range extender in Europa «non ha senso» per ragioni economiche e operative. L’azienda ha dimostrato di saper progettare veicoli con questa soluzione per mercati specifici, ma sostiene che combinare una batteria grande, un motore elettrico e un motore termico porta a un incremento significativo di peso e costi: un risultato che, nelle valutazioni interne, rappresenta “il peggio di entrambi i mondi”.

Volkswagen preferisce quindi puntare su PHEV con autonomia elettrica elevata (intorno ai 150 km) e su veicoli elettrici dotati di sistemi di ricarica ultrarapida che riducono l’esigenza di un motore di supporto.

Il caso pratico del concept e le valutazioni strategiche

L’ID.Era presentato per la Cina dimostra che la tecnologia è fattibile: valori come 300 km di autonomia elettrica più centinaia di chilometri estesi sono ottenibili su un telaio ampio.

Tuttavia, per le strade europee e per la politica industriale del gruppo la soluzione non è vincente. Il responsabile R&D ha sottolineato che un’auto con batteria grande e un motore termico di riserva diventa pesante e meno efficiente, mentre i regolatori europei non premiano in modo significativo questo tipo di architettura nelle misure di CO2 e nei cicli di omologazione.

I punti critici evidenziati da MG: normative e emissioni

Dal fronte MG arriva un’analisi complementare ma orientata alle normative: il problema centrale è che il range extender fatica a superare i limiti imposti dalla Euro 7.

Per il produttore cinese, quando la batteria si avvicina allo stato di carica minimo la richiesta di energia istantanea costringe il motore termico a lavorare a regimi e carichi elevati, condizione nella quale le emissioni aumentano bruscamente. I test previsti dalle normative mettono in luce proprio questa fase critica, rendendo difficile ottenere omologazioni competitive senza interventi costosi sui dispositivi di controllo dei gas di scarico.

Costi e compromessi tecnologici

Un altro elemento sottolineato da MG riguarda la spinta alla riduzione dei costi che accompagna i modelli con motore generatore: per contenere il prezzo finale spesso si ricorre a soluzioni meno sofisticate nei sistemi di post-trattamento dei gas, il che aggrava il problema delle emissioni in condizioni estreme.

Al contrario, i PHEV tradizionali dispongono di motori termici più sviluppati, sistemi di controllo emissioni più raffinati e, se progettati bene, risultano più semplici da omologare e più efficienti quando circolano prevalentemente a benzina.

Il divario tra mercato cinese e mercato europeo e le reazioni dei concorrenti

Esiste una chiara spaccatura territoriale: in Cina il range extender trova spazio commerciale e investimenti, mentre in Europa prevalgono valutazioni diverse sulle priorità tecnologiche.

Produttori come Leapmotor hanno già scommesso sul C10, e alcuni attori hanno preso posizioni critiche o ironiche — come certi commenti da parte di aziende cinesi e osservatori del settore — che evidenziano come la soluzione venga interpretata talvolta come un “ponte” tecnologico. Allo stesso tempo, altre case europee ritengono che investimenti su EV con ricarica ultraveloce e su PHEV con buona autonomia elettrica rappresentino strade più coerenti con gli obiettivi regolatori e con il comportamento degli utenti.

Conclusioni e scenari futuri

La situazione rimane fluida: alcuni costruttori continueranno a sviluppare il range extender per mercati specifici, altri rinforzeranno l’impegno su EV e PHEV per rispettare limiti di CO2 e preferenze di clienti europei. Resta aperta la domanda se l’avanzamento delle tecnologie di ricarica e delle batterie renda superfluo il motore di riserva, oppure se esistano nicchie in cui il motore generatore mantenga un senso commerciale.

Per ora, la scelta di Volkswagen e MG indica una tendenza chiara: in Europa il focus è su efficienza, conformità normativa e semplicità di architettura, più che su soluzioni ibride complesse.