Il richiamo degli airbag Takata è passato alla storia come uno dei più vasti e controversi mai registrati nell’industria automobilistica. Il problema non riguardava la parte meccanica degli airbag, ma il propellente usato per gonfiarli: con il tempo la sostanza si è degradata, provocando esplosioni anomale dei moduli e il rilascio di frammenti metallici capaci di ferire gravemente chi era a bordo. Milioni di veicoli in tutto il mondo sono stati coinvolti, scatenando dubbi sulla responsabilità dei fornitori e sull’efficacia dei controlli normativi.
Cosa è successo: le cause tecniche
Le indagini hanno individuato nel propellente la radice del guasto. In particolare, molte cartucce contenevano nitrato di ammonio: un materiale economico ma vulnerabile all’umidità e alle oscillazioni di temperatura. Con l’assorbimento di acqua la struttura cristallina si altera, la stabilità diminuisce e la reazione al momento dell’attivazione può diventare violenta anziché controllata. Ne derivano detonazioni più rapide e la proiezione di frammenti metallici nell’abitacolo — uno scenario che trasforma un sistema pensato per proteggere in una fonte di pericolo. Il fenomeno si aggrava soprattutto in climi caldo-umidi e in condizioni ambientali estreme, e la probabilità di malfunzionamento aumenta con l’età del componente.
Portata del richiamo: numeri e impatto
La campagna di richiamo Takata è tra le più estese a livello globale: oltre 100 milioni di veicoli coinvolti. In Italia il conteggio sale a circa 4 milioni, con 1,6 milioni ancora in circolazione senza la sostituzione dell’airbag difettoso. A livello mondiale, alle cattive prestazioni dei dispositivi si collegano almeno 40 morti e centinaia di feriti; in Italia sono stati documentati due decessi correlati agli airbag difettosi. Un dato che pesa molto sulle politiche di sicurezza è la quota di veicoli non ancora riparati: finché quella percentuale rimane alta, resta elevato il rischio per gli automobilisti.
Chi è stato coinvolto: distribuzione del rischio tra i produttori
Non tutti i costruttori hanno affrontato la questione allo stesso modo. Alcune case hanno adottato fornitori alternativi o diverse soluzioni tecniche e, in misura variabile, sono state meno coinvolte. Altre invece avevano integrato progressivamente i componenti Takata nelle loro linee di assemblaggio, ampliando così l’esposizione al problema e il numero di veicoli richiamati.
Gestione dei richiami in Italia: criticità operative
Lo Stato ha promosso campagne di informazione invitando i proprietari a controllare il numero di telaio (VIN), ma sul piano pratico la gestione delle sostituzioni ha mostrato limiti concreti. Le tempistiche per le riparazioni non sono sempre comunicate in modo chiaro, e la definizione operativa dei casi soggetti a divieto di circolazione — lo “stop drive” — è rimasta vaga. Anche le tutele per chi si trova temporaneamente senza auto dipendono spesso dalle politiche delle singole case automobilistiche e delle reti di assistenza: traino gratuito, vettura sostitutiva o voucher di mobilità non sono garantiti in modo uniforme. Questa disomogeneità ha alimentato critiche da parte delle associazioni dei consumatori e reso più difficile programmare interventi prioritari.
Aspetti giuridici ed esempi concreti
La vicenda ha dato origine a numerosi contenziosi. In alcuni casi si sono mosse class action e denunce civili per ottenere rimborsi e indennizzi in seguito a ritardi nelle riparazioni. Un esempio concreto è rappresentato da un’azione collettiva ammessa dal Tribunale di Torino relativa ad alcuni modelli Citroën (C3, DS3), mirata a ottenere ristori per il disagio subito dagli automobilisti. Anche su modelli Opel sono state sollevate contestazioni, con segnalazioni di sostituzioni protratte oltre i novanta giorni e, talvolta, senza auto sostitutiva. Le associazioni chiedono contromisure precise: rimborsi, mezzi alternativi per la mobilità e standard minimi di assistenza.
Le lezioni da trarre
Lo scandalo Takata ha messo in luce fragilità nella catena di fornitura e nelle procedure di controllo. Tra gli insegnamenti principali: l’importanza di diversificare i fornitori, di rafforzare i protocolli di test ambientali e di adottare criteri chiari per la classificazione del rischio e per le misure di emergenza (come lo stop drive). Per i proprietari rimane fondamentale verificare il proprio VIN e aderire prontamente ai richiami: la sostituzione dell’airbag difettoso è, al momento, l’unica soluzione efficace per eliminare il rischio di lesioni gravi.
Verso il futuro: regolazione e pratiche aziendali
È probabile che, alla luce dei fatti, aumentino le prescrizioni tecniche sui materiali e i controlli sulle componenti critiche. Serve inoltre una maggiore omogeneità nelle procedure di richiamo e regole minime che garantiscano assistenza e mobilità agli automobilisti coinvolti. Autorità e operatori del settore sono chiamati a coordinarsi per ridurre le disuguaglianze nell’accesso ai servizi e abbreviare i tempi di intervento: in gioco c’è la credibilità dei sistemi di sicurezza passiva e, soprattutto, la tutela della vita degli utenti della strada.





