Il dibattito parlamentare sul futuro industriale di Stellantis in Italia ha rivelato elementi concreti su investimenti, chimiche delle batterie e condizioni energetiche. In audizioni davanti alla Camera e al Senato l’amministratore delegato Antonio Filosa e il responsabile Europa Emanuele Cappellano hanno illustrato le ragioni tecniche ed economiche che spiegano lo stop temporaneo al progetto di trasformazione di Termoli in gigafactory.
Al centro del confronto ci sono la scelta della chimica delle celle la domanda di mercato in Italia e i differenziali di costo dell’energia tra Paesi. In questo quadro si intrecciano questioni occupazionali negli stabilimenti di Pomigliano d’ArcoCassinoMirafioriMelfi e Pratola Serra e le richieste dei sindacati come la Fiom-Cgil.
La questione tecnica: NMC vs LFP e l’impatto sui volumi
Filosa ha richiamato l’attenzione sulla specifica esigenza produttiva: la gigafactory di Termoli era pensata per celle con chimica NMC (nichel-manganese-cobalto), ma «i cui volumi si stanno riducendo» a causa del costo elevato di quella tecnologia. Per questo motivo il gruppo vede nel futuro dell’elettrico una maggiore diffusione della chimica LFP (litio-ferro-fosfato), definita come «la più economica» e quindi più adatta ai volumi attesi.
Il ruolo di ACC e la joint venture
L’impianto di Termoli era affidato a Automotive Cells Company (ACC) partecipata da StellantisMercedes e TotalEnergies. A febbraio ACC ha comunicato la sospensione del progetto: la motivazione fornita è stata che «il mercato dei veicoli elettrici cresce meno rapidamente del previsto», una dinamica che oggi influenza le decisioni di scala e tecnologia sulle giga-factory.
Domanda locale e costo dell’energia: numeri che pesano
La domanda è un fattore chiave: in Europa le vetture con batterie rappresentano circa il 20% del parco, mentre in Italia la quota è sul 10%. Filosa ha evidenziato che «oggi il mercato italiano non va nella direzione del puro elettrico», e che per questo motivo occorre valutare se e dove produrre batterie: vicino a Pomigliano d’Arco o altrove.
Un vincolo economico immediato è il prezzo dell’energia: secondo le cifre segnate in audizione, in Spagna si pagano circa 90 euro a megawattora mentre in Italia il valore è pari a 205 €/MWh. Filosa ha sottolineato che «per produrre batterie, il consumo energetico è molto alto» e che la competitività produttiva dipende anche da questo delta.
Effetti sugli stabilimenti italiani
Le scelte industriali su Termoli hanno ripercussioni sulle linee produttive e occupazionali. La Fiom-Cgil ha segnalato che i punti critici del piano presentato il 22 maggio restano confermati e che non sono emerse novità sostanziali per stabilimenti come Cassino dove la situazione è considerata particolarmente delicata e si attende un aggiornamento entro dicembre. In altri siti, come Mirafiori e Melfi la necessità di volumi adeguati per mantenere le produzioni è una preoccupazione ricorrente.
La Fiom ha inoltre chiesto che Filosa incontri le organizzazioni sindacali e i lavoratori, ricordando che lo stop alla gigafactory di Termoli riduce le prospettive di ripresa dei volumi e che servono risposte chiare sul futuro produttivo dei siti italiani.
Scenari pratici e investimenti
Durante le audizioni è stata ribadita la necessità di ulteriori investimenti oltre quelli del gruppo per rendere sostenibile la produzione di batterie in Italia. Tra i numeri citati nella discussione figura anche l’impegno finanziario previsto a medio termine: 5 miliardi in ricerca e sviluppo entro il 2030 per piattaforme e power train, destinati a restituire autonomia progettuale e volumi produttivi sul territorio nazionale.
Infine, Filosa ha precisato che sul piano produttivo a Pomigliano si stanno pianificando «due o tre modelli economici a zero emissioni», mentre l’azienda intende continuare a portare su scala europea le trasmissioni eDCT e i motori GSE/FireFly prodotti in Italia.
Il confronto parlamentare ha
