Da più di sette decenni l’ultimo pilota italiano a sollevare il trofeo del Campionato Mondiale di Formula 1 è Alberto Ascari, due volte campione nei primi anni ’50. Oggi, con i giovani talenti come Kimi Antonelli in vista, la domanda su chi possa rompere questa lunga sequenza ritorna spesso in prima pagina.
Riflettere sulla figura di Ascari non significa solo parlare di vittorie; è un viaggio tra le strade di Milano degli anni ’20, le cantieristiche dell’Alfa Romeo, le curve famose di Monza e le superstizioni che il pilota custodiva come talismani irrinunciabili. In questo articolo ricostruiamo la sua biografia, i trionfi, le eccentricità e la tragica fine che ha lasciato un segno indelebile nella memoria collettiva della Formula 1.
Le radici milanesi e l’eredità familiare
Nato a Milano nel 1918, Alberto Ascari cresceva in un ambiente già immerso nel mondo delle corse. Suo padre, Antonio Ascari, era un pilota di punta per l’Alfa Romeo e gestiva una rinomata officina milanese, meta frequente anche per Enzo Ferrari, allora giovane ingegnere e futuro fondatore del marchio che porta il suo nome.
La morte di Antonio, avvenuta durante una gara in Francia nel 1925, quando Alberto aveva appena sette anni, non spezzò il legame del figlio con la velocità. A 17 anni iniziò a gareggiare in motociclismo, e quattro anni più tardi fece il suo debutto alla leggendaria Mille Miglia, una competizione su strada che, a differenza dei circuiti chiusi, metteva alla prova resistenza e coraggio dei concorrenti.
La Seconda guerra mondiale interruppe bruscamente la sua giovane carriera. Ascari si dedicò alla gestione della concessionaria familiare, convertita temporaneamente per supportare lo sforzo bellico italiano. Durante questo periodo sposò e divenne padre di due figli, sembrava dunque che la pista fosse un capitolo ormai chiuso della sua vita.
Dai primi urti al doppio titolo mondiale
Nel 1947, grazie all’insistenza dell’amico e socio Luigi Villoresi, Ascari tornò sui volanti e firmò un contratto con la Maserati. Dopo due stagioni di progressi evidenti, nel 1949 venne ingaggiato dalla nascente Scuderia Ferrari, che quell’anno partecipò per la prima volta al Campionato Mondiale di Formula 1, istituito dalla FIA per regolare le gare internazionali.
Il suo stile di guida, descritto come preciso e pulito, contrastava con l’approccio più aggressivo di molti suoi contemporanei. Il 1951 terminò con una sconfitta in Spagna contro Juan Manuel Fangio, dovuta a una scelta errata delle gomme da parte della Ferrari. Tuttavia, la determinazione di Ascari portò la casa rossa a conquistare il titolo nel 1952 e a confermarlo nel 1953, battendo ancora una volta Fangio, ora al volante di una Mercedes.
Il campionato del 1953: una stagione al limite
Il 1953 fu caratterizzato da una competizione serrata: insieme a Ascari, in squadra si trovavano Nino Farina, campione del 1950, e l’inglese Mike Hawthorn. Fu anche l’anno in cui le gare includerono la 500 Miglia di Indianapolis, dove persero la vita due piloti, testimoniando la pericolosità estrema della disciplina. L’equipaggiamento dell’epoca era rudimentale: caschi di sughero, assenza di cinture di sicurezza e piste protette solo da una linea bianca. Il risultato fu una serie di incidenti spettacolari, sia per i piloti sia per i meccanici, spesso costretti a lavorare a velocità di oltre 200 km/h con scarsa protezione.
Miti, superstizioni e la fatalità di Monza
Oltre alle sue capacità in pista, Ascari era noto per le sue eccentricità. Il suo casco blu e una serie di oggetti personali – guanti, maglietta, occhiali – erano custoditi in una valigetta inviolabile; toccarli era considerato di cattivo auspicio. Evitava i numeri 13 e 17, temeva i gatti neri e, una volta a Marsiglia, si rifiutò di avvicinarsi a un’auto per cinque giorni perché su di essa era passato un gatto nero.
Nel 1954, attratto da un’offerta più lucrativa, lasciò la Ferrari per passare alla Lancia, ma non riuscì a ripetere il successo dei due titoli precedenti, perdendo il campionato contro Fangio, ora al volante di una Mercedes. Nell’estate del 1955, a Monte Carlo, subì un incidente che gli spezzò solo il naso, ma la sua determinazione rimaneva intatta.
Il 26 maggio 1955, a Monza, Ascari accettò di provare una Ferrari. Indossò un casco preso in prestito, sistemò la cravatta e partì al terzo giro nella curva oggi chiamata “Variante Ascari”. La vettura sbandò, uscì di pista e si schiantò, segnando la sua morte prematura a soli 36 anni. Le cause non furono mai chiarite, ma la fatalità del gesto contraddisse l’immagine di un pilota noto per la sua prudenza. Ironia della sorte, Ascari morì con lo stesso numero di vittorie in Gran Premi (13) del padre, Antonio, conclusione drammatica di una saga familiare già avvolta nella leggenda.
La sua eredità resta viva: oltre i due Titoli Mondiali, Ascari è ricordato per il carisma, l’atteggiamento rispettoso verso Enzo Ferrari e la capacità di comunicare direttamente con il capo scuderia, come dimostra l’aneddoto del cambio troppo robusto. La sua figura ha ispirato generazioni di piloti italiani e rimane un punto di riferimento nella storia della Formula 1.
