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Deprezzamento ridotto delle BEV: il nuovo dato di T&E

Il valore residuo delle BEV è quasi pari a quello delle auto tradizionali, ma le politiche fiscali italiane ne frenano la crescita.

Il valore residuo di un’automobile – cioè il prezzo di rivendita stimato dopo alcuni anni di utilizzo – è un elemento chiave per calcolare il costo di leasing e di finanziamento. In un contesto in cui le auto elettriche stanno guadagnando quote di mercato, una valutazione troppo prudente può rendere artificialmente più costoso l’accesso a questi veicoli, limitandone la diffusione.

Il divario di valore residuo fra BEV e auto tradizionali

Le statistiche tradizionali, basate sui dati di compravendita del 2025 nei quattro principali mercati europei (Germania, Francia, Italia e Spagna), indicano un gap medio di 12,9 punti percentuali tra il valore residuo delle BEV e quello delle auto a combustione. Una nuova analisi di Transport & Environment (T&E) rivela però che, tenendo conto di cinque variabili trascurate, tale differenza si riduce a soli 2,6 punti percentuali ovvero un calo di circa 80 %. Questo risultato suggerisce che le auto elettriche usate si deprezzano molto meno rispetto a quanto creduto fino ad ora.

Cinque variabili che comprimono il gap

Il modello di valutazione tradizionale ignora: inflazioneincentivi all’acquisto riservati alle elettriche, tasse di immatricolazione spesso penalizzanti per i veicoli più inquinanti, la composizione del campione (età, chilometraggio, segmento) e il calo dei prezzi delle nuove BEV. Inflazione, incentivi e tasse riducono il divario, mentre la composizione del campione lo aumenta leggermente (+1,6 punti). Il trend ribassista dei prezzi delle elettriche nuove contribuisce per -5,1 punti spiegando la differenza finale tra 12,9 e 2,6.

Il ruolo della fiscalità: il caso italiano

Analizzando i singoli paesi, l’Italia emerge come l’ambiente meno favorevole per le elettriche. Gli incentivi all’acquisto e la tassa di immatricolazione riducono il divario di appena 1,4 punti percentuali contro i 3 punti della Germania, i 5 punti della Spagna e gli 11,1 punti della Francia, dove la sola tassa di immatricolazione penalizza di 9 punti i veicoli più emissivi. Questa differenza nasce da un sistema fiscale poco legato alle emissioni di CO₂, che sbilancia il mercato dell’usato elettrico rispetto ai concorrenti a combustione.

Flotte aziendali: una leva per l’usato elettrico

In Italia le flotte rappresentano circa il 47 % delle immatricolazioni, ma generano quasi il 70 % delle emissioni di CO₂ delle auto nuove. Le aziende sostituiscono i veicoli mediamente ogni tre-quattro anni, immettendo così una consistente quantità di BEV nel mercato dell’usato. Collegare la fiscalità delle auto aziendali alle emissioni – intervenendo su IVA, deducibilità, fringe benefit e tassa di immatricolazione – potrebbe accelerare la rotazione verso modelli più puliti e,

Esther Marchetti, Clean Transport Advocacy Manager di T&E Italia, sottolinea che una tassazione più sensibile alle emissioni avvicinerebbe il valore residuo delle BEV a quello delle auto tradizionali, creando un mercato più stabile. Inoltre, standard comuni per certificare lo stato di salute delle batterie aumenterebbero la fiducia dei compratori, rendendo le elettriche usate una scelta più sicura.

In definitiva, riducendo il divario di deprezzamento grazie a politiche fiscali mirate e a un maggior riciclo delle flotte aziendali, è possibile rendere il leasing di auto elettriche più competitivo e favorire una diffusione più rapida dei veicoli a zero emissione, anche per chi non può permettersi una BEV nuova.

Scritto da Ilaria Mauri