Mini: la storia della rivoluzione che ha cambiato l’auto

Dall'ottobre del 2000, la Mini ha iniziato una nuova era, trasformandosi da un'icona britannica a un simbolo di innovazione e stile. Scopri come.

Nell’ottobre del 2000, un capitolo importante della storia automobilistica si chiudeva con l’ultima Mini classica uscita dalla linea di assemblaggio. Dopo 41 anni di produzione e oltre 5,3 milioni di esemplari costruiti, l’iconica vettura britannica lasciava il posto a una nuova era. Ma questa non era la fine, bensì l’inizio di una rivoluzione.

La Mini, nata dalla geniale mente di Sir Alec Issigonis aveva conquistato il mondo con il suo design compatto e la sua agilità. Tuttavia, il suo futuro sembrava incerto fino a quando il Gruppo BMW acquisì il Rover Group nel 1994, vedendo nel marchio Mini un enorme potenziale. L’obiettivo era trasformare l’icona britannica in un’utilitaria premium, un posizionamento ancora inesplorato all’epoca.

La rinascita della Mini: dal concetto alla realtà

Il primo passo verso la rinascita della Mini fu la presentazione della concept Mini Cooper al Salone di Francoforte nel 1997. Il progetto, firmato da Frank Stephenson e sviluppato sotto la supervisione di Gert Volker Hildebrand riuscì a reinterpretare i tratti distintivi della Mini originale in chiave contemporanea. La nuova Mini manteneva elementi iconici come gli sbalzi ridotti, i fari tondi e la griglia esagonale, ma con dimensioni più moderne.

A fine settembre 2000, la versione di serie debuttò in anteprima mondiale al Salone di Parigi. La nuova Mini Cooper fece il suo ingresso in Germania al Salone di Berlino nel novembre 2000, mentre il lancio commerciale ufficiale nel mercato britannico avvenne il 7 luglio 2001. La gamma iniziale comprendeva la Mini One da 90 CV e la più dinamica Mini Cooper da 115 CV, entrambe equipaggiate con motori 1.6 quattro cilindri aspirati.

La produzione e l’impatto sul mercato

La domanda per la nuova Mini superò ogni aspettativa. Già due mesi dopo l’avvio delle vendite, lo stabilimento di Oxford dovette introdurre turni straordinari nel fine settimana per aumentare la produzione prevista per il 2001 da 30.000 a 42.000 unità. BMW investì pesantemente nella riconversione del sito di Oxford, trasferendo la produzione della Rover 75 a Birmingham e investendo circa 230 milioni di sterline nello stabilimento.

Il 26 aprile 2001, il primo esemplare di serie della nuova era uscì dallo stabilimento di Oxford: una Mini Cooper in livrea Chili Red con tetto bianco a contrasto. Oggi, a distanza di 25 anni, è possibile apprezzare come la prima Mini dell’era BMW abbia mantenuto il suo fascino e la sua identità.

La Mini One del 2002: design e prestazioni

La Mini One del 2002 misurava 3.626 mm in lunghezza, 1.688 mm in larghezza e 1.408 mm in altezza, offrendo spazio per quattro persone con livelli moderni di sicurezza e comfort. Nonostante le dimensioni compatte, la Mini One del 2002 aveva un prezzo di 15.250 euro, posizionandosi come un’utilitaria premium. La differenziazione estetica tra le varie versioni era curata nei minimi dettagli, con la Mini One che si riconosceva per il tetto verniciato nello stesso colore della carrozzeria e le lamelle della calandra in plastica nera.

All’interno, la Mini One del 2002 presentava un tachimetro centrale pensato come elemento rétro, ma affollato di scale e quindi poco leggibile. Il cambio manuale Midland Gear di produzione britannica aveva una corsa contenuta e un innesto contrastato, privilegiando il comfort nella guida quotidiana. Il motore 1.6 benzina aspirato offriva 140 Nm di coppia a 3.000 giri/min, con uno 0-100 km/h in 10,9 secondi. Nonostante le prestazioni discrete, la Mini One suggeriva una sportività che non possedeva fino in fondo.

Tuttavia, la Mini One del 2002 offriva un go-kart feeling autentico, grazie a un raffinato asse posteriore multilink che garantiva una guida agile e divertente. La gamma si ampliò nel marzo 2002 con la sportiva Cooper S equipaggiata con un compressore volumetrico Roots che portava il 1.6 a ben 163 CV. Nel 2003, la Mini introdusse anche un diesel parsimonioso con motore 1.4 da 75 CV di origine Toyota.

Oggi, le prime Mini dell’era BMW si trovano a prezzi bassi, ma con una fama di scarsa robustezza per motori e cambi. Tra gli appassionati, la tre porte R56 dal 2006 in poi è considerata nettamente migliore sul piano qualitativo, con motori provenienti dal gruppo PSA.

Scritto da Francesca Lombardi